DEPARTURES
Un bel trio pensoso e che funziona quello del creativo contrabbassista
Daniele Esposito
alla sua prima prova da leader, con Francesco Villani al piano
e Pierluigi Villani alla batteria.
Atmosfere sofisticate: Francesco Villani sembra apprezzare il
sound equilibrato e privo
di autocompiacimenti di Jarrett ed Evans, ben arrangiate appaiono
le composizioni,
tutte opera di Esposito, toccate di note dark, notturne, meditative;
il modo di interpretare
è molto moderno, segnato da un linguaggio colto fatto anche di
dissonanze che avvicinano
il tutto ad uno stile nordico, vicino alle produzioni ECM.
Forse la registrazione non dà un grande senso di profondità:
peccato, perché così vengono ridotte
le potenzialità espressive degli armonici del double bass ed
il rullante resta un tantino in secondo piano,
come anche i piatti, tanto da sembrare opachi.
Però questo è un fatto tecnico e
assolutamente personale; artisticamente nulla da dire fino alla
traccia n° 5, "Droid and Asteroid".
Condivisibili le scelte stilistiche molto individuali, non completamente
originali
ma senza dubbio di spessore. In questa track il pentagramma sembra
incerto in quale direzione
esattamente dirigersi, pare forzato anche l'interplay, come anche
i brevi breaks della batteria:
in gioventù si fanno peccati, si sa, consideriamoli veniali.
Quello che colpisce in maniera immediata è il contrabbasso di
Esposito, non sbaglia mai un solo,
la sua tecnica è davvero molto convincente: la sua spontaneità
esecutiva è luminosa
e non priva di spazi riflessivi evoluti e di intensa modernità.
Forse sarebbe stato meglio variare di più i tempi delle composizioni,
che, dalla 7° track,
“Seaport”, sono sempre piuttosto simili: tempo comune, controtempi, "larghetti".
E’ anche vero, in ogni caso, che è un’opzione individuale di
fraseggio e di sensibilità:
ognuno suona come meglio crede (e ci mancherebbe…), pertanto
condivisibile e comprensibile
è da considerarsi la scelta. I margini di evoluzione stilistica
paiono comunque essere notevoli.
Veniamo ad alcune, piccole, dolenti note: le ultime due tracce
del disco ripetono il già suonato.
Il trio aveva già dato - e molto - in precedenza, i due brani
nulla aggiungono al disco, anzi,
si rischia che ad un ascolto disattento possa corrispondere la
sensazione di un déjà écouté.
In conclusione, l’ esordio è comunque convincente per Esposito
e compagni.
Riportiamo solo alcune modeste perplessità per puro dovere di
cronaca.
Alcune considerazione di Daniele ESPOSITO su “Departures”
“L'idea di "Departures" è nata da un momento intenso
di scrittura, avevo messo a terra
molti brani che ritenevo validi e ne ho scelti una rosa da destinare
al mio "primo disco".
Il nome Departures viene dall'idea del "viaggio interiore",
cosa che ci capita con una certa facilità
quando abbiamo a che fare con la scrittura di un brano. Anche
se registrato un anno e mezzo
fa trovo ancora che alcuni temi siano molto belli, mi piacciono
perchè risultano all'orecchio semplici,
anche se in realtà improvvisarci sopra è una vera e propria maledizione,
le armonie sono da capogiro
e le strutture lunghe ed impervie.
Alcuni brani hanno una piccola storia, “Satellite” ad esempio
l'ho scritto (sul telefonino!)
all'osservatorio astronomico mentre era in corso una lezione
sui satelliti a dir poco strepitosa
di Margherita Hack nel periodo in cui Marte fu molto vicino alla
terra;
dal grande occhio dell'osservatorio era una grande palla rossa,
incredibile.
Il tema di “Satellite” è circolare, a simulare il movimento di
un satellite intorno ad un pianeta
e la ritmica è fissa, rafforzando così il senso di corpo fermo
e corpo in movimento.
“Airport” invece l'ho scritto dopo aver ascoltato "Music
for Airports" di Brian Eno,
perchè mi ha sollevato la domanda rispetto a che musica si potrebbe
ascoltare in un aeroporto
senza correre il rischio di addormentarsi e perdere l'aereo.
“Seaport” invece è quel brano che rappresenta in maniera molto
ben definita le mie sensazioni
di quando devo affrontare un viaggio: al momento dell'imbarco
angoscia e difficoltà nello staccarmi
dalla routine ma appena si “tolgono gli ormeggi” ecco una grande
spensieratezza e voglia di "nuovo".
“Tears' Drops” l'ho immaginato come un dialogo tra due persone
che si amano in cui le lacrime
che gocciolano dal viso sono le note del tema e sono dolci come
le parole che si sussurrano all'orecchio.
Sono ammessi pernacchi, sfottò e alcuni insulti!
“Breakfast (One)” invece è dedicato al risveglio mattutino come
a ricordare che
il mattino ha l'oro in bocca, il mattino ha l'oro in bocca, il
mattino ha l'oro in bocca, il mattin
o ha l'oro in bocca, insomma chi ha visto “Shining” è rimasto
segnato per sempre.
Altra curiosità di questo brano è che a "Breakfast" ho
dovuto aggiungere quello stupido "(One)"
perchè quando ti chiami Esposito e registri un brano alla SIAE
la probabilità che ti arrivi una lettera
con richiesta di cambiare il titolo al brano per caso di omonimia
diventa esponenziale!!!
Ad ogni modo registrare il primo disco in veste di leader mi
è servito molto,
spero di avere messo a fuoco alcune cose.
Lo capirò solo al prossimo CD e quindi a presto!!”
Franco Giustino e Fabrizio Ciccarelli - AUDIO COSTRUZIONI
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E se partire fosse un po' sognare?
La passione per la musica
alla ECM, la profonda ricerca nel campo della scrittura musicale,
uno stile esecutivo sempre elegante e mai invadente, e una grande
capacità immaginifica.
Questi alcuni tratti che delineano il
contrabbassista e compositore Daniele Esposito:
a pieno titolo
uno dei migliori nuovi esponenti della scena jazzistica partenopea.
E
questi sono anche gli elementi che caratterizzano anche Departures,
il suo primo disco solista.
Ma perché intitolare un disco Departures?
"Anche se l'album esce solo adesso, grazie anche all'attenzione
di Fabrizio Alessandrini
(titolare dell'etichetta Nda), esso
è frutto di un periodo della mia vita in cui la composizione
aveva assunto un ruolo centrale nella mia vita. E, ogni volta
che pensavo alle armonie,
mi sembrava di iniziare un viaggio
dentro me stesso, di allontanarmi sempre più dal mondo esterno."
(Daniele
Esposito)
Eppure, alla complessità delle armonie, e alla conseguente difficoltà
esecutiva,
fa da contraltare un'incredibile immediatezza dell'ascolto.
Sarà perchè le sue composizioni rivestono
la forma della ballad.
Sarà
per il talento di Francesco Villani, che qui emerge in maniera
considerevole,
data anche la centralità del pianoforte Senza
trascurare la grande attenzione alle dinamiche
e ai "colori" da
parte del batterista Pierluigi Villani. Ed è proprio per queste
ragioni,
cui va aggiunta la forte capacità evocativa dei brani,
che anche ascoltatori lontani dal mondo del jazz
possono apprezzare
il lavoro del trio capitanato da Daniele Esposito.
"Nelle note di copertina c'è scritto che tutte le composizioni,
come anche gli arrangiamenti, sono miei. Ma non posso negare
che l'apporto creativo
dei miei compagni d'avventura sia stato
determinante.
E, poi, mi piacerebbe che l'ascoltatore comprenda
che si tratta principalmente del disco di un trio."
(Daniele
Esposito)
C'è un'altra domanda che merita una risposta: perché, pur provenendo
da una tradizione musicale
consolidata come quella del jazz napoletano,
l'ispirazione principale dell'album proviene,
invece, da quella
di matrice nordeuropea?
"Non si tratta di un rifiuto, ma di una scelta maturata
nel tempo.
Quello dell'ECM è diventato, nel corso degli anni,
un linguaggio al cui interno
si muovono diverse correnti: tutte,
però, legate al valore della ricerca e della sperimentazione.
Più
in particolare, ho sempre ammirato molto Il lavoro di Anders
Jormin, del trio di Bobo Stenson."
(Daniele Esposito)
Ma,
in tutto questo, cosa che spazio ha la capacità immaginifica
di cui si è accennato precedentemente?
Eccovi, allora, il racconto
dei brani da parte dello stesso Daniele Esposito.
(Airport) "Qualche tempo fa, rimasi molto affascinato
dall'ascolto di un disco di Brian Eno.
Si intitola Music for
airports (EG, 1978). Pur trattandosi di un genere distante dal
jazz,
mi colpì il concetto di ambient music. In questo brano
ho, quindi, cercato di finalizzare tutto
alla creazione di un
ambiente. La melodia è molto semplice e l'approccio tematico
affine
a quello della forma canzone. C'è, poi, anche un piccolo
solo di contrabbasso,
che mi permette di dialogare con il piano
di Francesco Villani."
(Earth) "Un disco di un contrabbassista senza neppure
un vero e proprio solo di contrabbasso?
Sono stati proprio i
miei amici ad invogliarmi a farne almeno uno.
Inutile aggiungere
che è tutto improvvisato. Pur non essendo stato particolarmente "pensato",
il
mio tentativo è stato comunque quello di dargli un'impronta melodica.
Il
titolo, poi, mi è venuto in mente pensando ad un libro che avevo
letto da poco
e che parlava del mondo."
(Satellite) "Era un periodo in cui Marte era molto visibile
dalla Terra, e io mi ero recato
all'osservatorio astronomico
di Napoli.
Quel giorno, la celebre Margherita Hack tenne anche
una lezione sui satelliti.
Così, ho immaginato un movimento.
Anzi, il movimento.
La ritmica, composta da batteria e basso,
è il pianeta intorno al quale ruota il tema,
che è volutamente
circolare. Inoltre, il solo di pianoforte è volutamente ampio,
con un tema molto dilatato.
Questo è anche l'unico brano in
cui Pierluigi Villani interpreta un groove tanto definito."
(Tear's drops) "Un brano in tre quarti con un tema molto
lungo e con un armonia
che rimane sempre sospesa. L'idea principale
è quella di descrivere un dialogo tra due persone,
che vengono
interpretate, un po' come se fossimo in un contesto teatrale,
dal contrabbasso
e dal pianoforte. Le parole sono note piccole
piccole, che assomigliano a delle gocce.
Ecco la ragione del
il titolo."
(Droid on asteroid) "Ho immaginato un robot che guarda
l'universo dall'asteroide su cui si è rifugiato
per il desiderio
di allontanarsi dal mondo. Gli accenti della parte ritmica corrispondono
agli
oggetti che ruotano intorno al suo asteroide. Molto bello, a
mio avviso,
il lavoro di spazzole di Pierluigi Villani: perfettamente
in armonia con la leggerezza del brano."
(My people) "Una ballad alla Keith Jarrett, molto jazzistica,
di ampio respiro.
Il ruolo di Francesco Villani è più importante
che mai. Il suo solo è così bello che l'ultima traccia,
il reprise,
parte proprio da li. Anche qui c'è un ottimo lavoro di spazzole."
(Seaport) "Il mare, quello vero e quello che ci portiamo
tutti dentro, è una fonte inesauribile
di ispirazione. Qui, ho
voluto giocare sull'alternanza di momenti tematici diversi,
soprattutto
per l'intenzione. C'è un inizio molto introspettivo ed una parte
B,
un vero e proprio frammento di canzone, che è molto spensierata.
Dopo un mio breve solo mio ed uno di Francesco Villani si torna
al tema B."
(Snow in the park) "Di questo brano mi limito a dire che
nasce dall'immagine di alcuni bambini
che giocano in un parco
innevato. Una scena insolita per noi che viviamo a Napoli!
In
termini musicali, ho voluto che la tonalità fosse rigorosamente
maggiore."
(Swan) "Il cigno è la metafora di una creatura inavvicinabile.
Qui c'è solo un tema, che viene ripetuto due volte con l'intervallo
di una pausa in mezzo:
quasi una sorta di tentativo perenne
e mai riuscito di raggiungere questa creatura."
(Breakfast) "Era un periodo in cui mi svegliavo molto presto
la mattina.
Cosa non proprio comune a chi, come noi, lavora
principalmente di notte.
Ho composto questo pezzo di mattina,
ed è venuto fuori come un cornetto caldo!
Si tratta di uno dei
primissimi che ho scritto ed anche dell'inizio di una fase della
mia vita in cui
si incominciava a delineare la mia identità musicale,
che vorrei fosse in costante mutamento."
E se partire fosse un po' sognare?
Massimiliano Cerreto - JAZZITALIA
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